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Giualiano Amato ha detto: “Nessun dio autorizza a picchiare le donne, ma c’è una tradizione siculo-pakistana che vorrebbe far credere il contrario”. Dopo le proteste di molti, a cominciare dalla deputata siciliana Stefania Prestigiacomo, il ministro degli Interni ha dovuto precisare che non si riferiva alla Sicilia di oggi. Con soddisfazione di tutti.

Che poi, d’accordo, Amato si è espresso male, però io ho il forte sospetto che l’infelice espressione sia nata da uno scrupolo linguistico sacrosanto. Uno scrupolo dovuto al desiderio di contrastare la vulgata che porta esempi di violenza all’interno delle famiglie islamiche – e più in generale l’atteggiamento di tanti islamici nei confronti delle donne – a sostegno della tesi di un’incompatibilità tra Islam e democrazia, da cui lo scontro di civiltà e la necessità di riaffermare l’identità cristiana e occidentale (eccetera eccetera). Il che significa dimenticare come vivevamo e cosa pensavamo di tutto questo nella cristianissima e cattolicissima Italia, fino a non molti anni fa, e in molti casi ancora adesso.

Pubblicato il 11/7/2007 alle 23.12 nella rubrica Diario.

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