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ciccio
il nuovo che è avanzato

francesco cundari


Diario


27 luglio 2007

Che dirsi

Stare con le mani in mano pareva brutto. E quindi.




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26 luglio 2007

Un programma ambizioso

Oggi ho visto un manifesto di Azione Giovani, che sarebbero i giovani di An, con lo slogan “Basta cazzate” a lanciare una “rivolta generazionale”. La cosa mi ha fatto riflettere. Non è solo la sinistra a scimmiottare la destra, ma pure il contrario. Lo so che accade da sempre, ma proprio nei giorni in cui tanto si discute di Nicolas Sarkozy, con Gianfranco Fini che rivendica e tanti sindaci di sinistra che scimmiottano (soprattutto al Nord), che proprio ora i giovani di An esortino alla rivolta generazionale scimmiottando un certo sessantottismo di maniera, come dire, son cose che danno da pensare. Adesso magari qualcuno ripeterà che destra e sinistra sono concetti che non hanno più senso – che è il concetto più vecchio e insensato del mondo – ma è ovvio che non si tratta di questo. Io ho il sospetto che sia un po’ come per la letteratura e l’arte in generale. Voglio dire: quando si fa l’elenco interminabile dei grandi scrittori e artisti del passato, quelli grandi davvero, paragonandoli alla miseria presente, secondo me non è solo misoneismo eccetera eccetera. C’è indiscutibilmente del vero, in quelle lagne. Ma è anche vero che nel campo tecnico-scientifico vale il discorso contrario. In breve, mi pare una questione di mercato: oggi le menti migliori tendono naturalmente, per ragioni economiche e di considerazione sociale, verso professioni tipo il medico o lo scienziato, per dire, così come un tempo aspiravano naturalmente al ruolo di intellettuale umanista, o a quello del politico, appunto.

Come mai l’università italiana registri un fenomeno in parte diverso (dico “in parte” perché non mi fido molto delle statistiche riportate dai giornali, e soprattutto delle lagne allegate nei commenti), senza tuttavia produrre nessun Dante Alighieri, è un altro discorso.




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25 luglio 2007

Un’ultima domanda e poi basta

Però una cosa va detta, a onore di Pierluigi Battista, e va detta con nettezza. Quando scrive: “Appare dunque ingeneroso imputare a Piero Fassino, Massimo D’Alema e Nicola Latorre un ‘eccesso’ di autodifesa” – ragazzi – bisogna proprio dirlo: questo sì che si chiama coraggio. Non era mica facile. Sul Corriere della sera, poi. E in prima pagina. Non c’è niente da fare, quando un autentico liberale come Battista mostra il petto a difesa dello Stato di diritto, prima che delle singole persone, non ce n’è per nessuno. Mi chiedo solo: ma mentre lo scriveva, sghignazzava soltanto o si buttava proprio per terra dal ridere?




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25 luglio 2007

Cinquant’anni di solitudine

Ci ho ripensato. Lo ammetto: sono stato impulsivo. E’ evidente che non si tratta di soldi, che il problema è più profondo, che non si può risolvere con una semplice colletta. E’ chiaro che quando uno arriva a scrivere: “Si stenta perciò a comprendere la costernazione di chi, nemmeno raggiunto da un avviso di garanzia, vede nondimeno associato sui media il proprio nome a un’intricata vicenda giudiziaria”, si capisce che quando uno arriva a questo punto, che stenta, uno come Pierluigi Battista, non è che te la puoi cavare con una colletta. E nemmeno con gli attestati di solidarietà. Si capisce che se persino lui stenta a comprendere questi politici che si costernano perché sui media li associano – perché è vero, in effetti, che questi media associano parecchio, questo proprio non si può negare – ebbene, che vuoi fare? A questo punto, più che a una colletta, sarebbe ora di pensare a un collare.




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25 luglio 2007

La cognizione del denaro

Io penso seriamente che bisognerebbe organizzare una colletta per Pierluigi Battista. Voglio dire, prendete l’attacco del suo pezzo di oggi: “A costo di sorvolare sui principi basilari dello Stato di diritto...”. Un attacco che trasuda sofferenza interiore, autentico struggimento liberale, roba che la leggi e dici: porca miseria, ma è giusto che un simile costo debba gravare tutto sulle sue modeste finanze? No che non è giusto. Lo capiscono tutti che non è giusto. Chiunque lo legga non può non pensare: ecco, questa è proprio un’ingiustizia bella e buona. Cosa c’entra il povero Battista? Accidenti, non è mica Paolo Mieli.




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25 luglio 2007

Battista

Scrive Pierluigi Battista, giuro, che i dirigenti diessini “hanno il pieno diritto di difendersi davanti all’opinione pubblica”. Un po’ come quel mio compagno di classe che alle elementari diceva sempre: “Ti aspetto fuori”. E quando la vittima designata cominciava a scendere le scale in compagnia di un amico più grosso, correggeva leggermente il tiro: “Domani ti aspetto fuori”. Devo dire però che quel mio compagno, sebbene non avesse certo il cuore impavido di un Battista, almeno era più onesto. Non è che diceva: “All’uscita è giusto che tu abbia il diritto di difenderti”. Ti menava e basta.




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24 luglio 2007

Dice Romiti al Riformista

Dice al Riformista Cesare Romiti che, per la vicenda Unipol-Bnl, “Massimo D’Alema e Piero Fassino, ma anche molti altri dirigenti dei Ds, compreso, eccome, il candidato leader del Partito democratico Walter Veltroni, dovrebbero essere giudicati e condannati”. Ma per motivi esattamente opposti a quelli addotti dalla dottoressa Clementina Forleo. E ben più gravi. Secondo Romiti, infatti, il gruppo dirigente della Quercia è colpevole “di aver contribuito in modo determinante, soprattutto a causa dei suoi litigi interni, al fallimento di una scalata assolutamente legittima sotto ogni profilo, pienamente rispondente agli interessi nazionali, del tutto in linea con la storia e i valori della sinistra. Di questo fallimento è il Paese a pagare le conseguenze”.

Sul Riformista di oggi. Applausi.




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24 luglio 2007

Quello che D'Avanzo non dice

Dice Giuseppe D’Avanzo che occorre fare chiarezza sull’intrigo, sulla commistione tra politica e affari al tempo delle scalate, sulla partecipazione dei vertici diessini al grande “disegno criminoso” di cui parla Clementina Forleo.

E allora cerchiamo di essere chiari. Secondo me, il primo problema è proprio quello del “disegno criminoso”: finché i magistrati perseguiranno i “disegni”, invece dei “fatti” criminosi, anche un bambino capisce che l’arbitrarietà dei giudizi raggiunge l’apice. Tra chiacchiere al telefono, disegni e concerti si possono pure accusare i boy scout di associazione a delinquere e concorso in banda armata.

Restiamo ai fatti, dunque. E i fatti dicono che le tre scalate (Antonveneta, Bnl e Rcs) non avevano nulla a che vedere l’una con l’altra, dunque non c’era proprio alcun “disegno”. Come hanno sempre saputo tutti e come dimostrano proprio le intercettazioni e gli interrogatori pubblicati finora, perché:

1.    Stefano Ricucci non intendeva affatto scalare la Rcs, tanto che aveva avviato trattative proprio con il patto di sindacato della Rizzoli-Corriere della sera, con l’obiettivo di farsi cooptare. E già questo semplice dettaglio dovrebbe bastare a spazzare via tutte le storie sul grande concerto e il grande intrigo tra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi per il controllo del Corriere. O no?
2.    L’opa di Gianpiero Fiorani ad Antonveneta e quella di Giovanni Consorte a Bnl non coincidono temporalmente. Inoltre, si dà il caso che sia proprio Consorte a opporsi, con successo, alla partecipazione di Hopa alla scalata di Fiorani. Dunque, non solo non c’era alcun concerto tra i due, ma si può dire che Consorte, con il suo comportamento, la scalata di Fiorani l’ha oggettivamente e pesantemente ostacolata. O no?
3.    A ulteriore conferma di quanto sopra, si rileggano le intercettazioni ripubblicate in questi giorni: mentre illustra la sua scalata a Bnl, l’allora presidente di Unipol si vanta di averne messo fuori “tutti gli immobiliaristi”. Proprio così. E allora, domando: dove sta il concerto, il grande intrigo, il disegno criminoso?
4.    Dalle telefonate di Consorte (e dalle cronache del 2005) emerge come Antonio Fazio, che avrebbe dovuto essere il grande regista del grande intrigo, sia proprio colui che nega fino all’ultimo e senza ragione apparente l’autorizzazione a Unipol per poter procedere con l’opa a Bnl. E allora, ridomando: dove sta il concerto, il grande intrigo, il disegno criminoso?




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23 luglio 2007

Occhiello: “Mamma guardami, ci sono anch’io”

Sul sito del Corriere della sera leggo il seguente titolo: “Il caso Incantesimo sul New York Times”. La notizia è che il New York Times si occupa di una notizia che i giornali italiani hanno riportato alcuni giorni fa. E che i giornalisti del New York Times, ovviamente, hanno letto sui giornali italiani (probabilmente proprio sul Corriere). Ebbene, domani la rileggeranno anche loro (ma ormai devono esserci abituati) su quegli stessi giornali italiani, che parleranno del fatto che ne parla il New York Times.

Fossi un giornalista del New York Times, proporrei un pezzo proprio su questo, che mi sembra un fenomeno tipicamente italiano (molto più della stupida storia della “telenovela bipartisan”) e che avrebbe un altro indiscutibile vantaggio: che il giorno dopo uscirebbe un altro articolo sul Corriere, dal titolo: “Il New York Times parla del Corriere che parla del New York Times che parla del Corriere”.




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20 luglio 2007

Primum ridere

Mi domando per quale motivo, secondo Clementina Forleo, ai dirigenti ds colpevoli di chiacchierata fraudolenta con Giovanni Consorte non si possa riconoscere almeno uguale diritto alla resistenza contro l’occupante straniero rispetto a chi recluta kamikaze da lanciare contro militari americani.

Anche questo, ripensando a quel che scrivevo qui sotto, in effetti potrebbe essere argomento di un saggio molto istruttivo. Avrei pure un titolo niente male: “Campagna irachena e campagne senesi”.




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20 luglio 2007

Un gentiluomo di campagna

Intervista di Alberto Statera a Rijkman Groenink, presidente di Abn Amro, su Repubblica di oggi. Ci si potrebbe scrivere sopra un saggio. Anzi, due: uno sulle domande del giornalista e un altro sulle risposte del banchiere. Ma per la verità, a pensarci bene, ci ho già scritto sopra più di un articolo. In particolare, questo (e questo, che ne è un po’ il seguito).

Da Repubblica, pagina 37:

“Do you know the Billionaire, mister Groenink?”. E lui, disposto al gioco: “No, purtroppo I don’t know, ma se si riferisce a quel luogo in Sardegna di cui si racconta qualche eccesso mondano, le devo confessare che preferisco di gran lunga la quiete della mia campagna senese”.

(...)

Rijkman tradotto in italiano significa “uomo ricco”: lei è molto ricco?
“Sì, ricco moralmente”.




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19 luglio 2007

Chi contesta i contestatori

Confesso di essermi molto appassionato a questo dibattito tra Luca Sofri e alcuni sostenitori del gruppo dei Mille (vedere i commenti anche al primo post di Sofri). Mi correggo: “iMille”, come iPod e iTunes (e che pertanto, occhio, probabilmente si pronuncia aiMille, come dice borgognoni). E’ un dibattito che mi appassiona perché mi fa tornare alla mente tanti ricordi.
 
Il punto è questo: per ragioni strettamente anagrafiche, mi sono iscritto a un partito in pieni anni Novanta. Dico che mi sono iscritto a un partito, prima che al Partito democratico della sinistra cui effettivamente m’iscrissi, perché in quel momento la scelta di fondo era quella: contro le fregnacce “di sinistra” (tra virgolette) sui movimenti e contro le fregnacce di destra (senza virgolette) sulla società civile. Da allora le mie idee sono cambiate su molte cose, probabilmente molto più di quanto sarei mai disposto ad ammettere, ma non su quella scelta di fondo.

Può darsi che in futuro decida di non iscrivermi più ad alcun partito. Ma se questo dovesse avvenire, sarebbe solo per estraneità all’offerta concretamente disponibile (o magari per il semplice venir meno di ogni interesse per la politica tout court), mai per adesione alle cantilene sulla casta, gli apparati, i burocrati.

Per me, l’unica differenza tra partiti e movimenti o associazioni della cosiddetta società civile sta nel fatto che nei primi, a differenza di quanto accade nei secondi, ci sono delle regole democratiche (che richiedono strumenti di controllo, contrappesi, organizzazione; in due parole: apparati e burocrati, sissignore). Le regole poi possono essere più o meno avanzate, più o meno scrupolosamente rispettate o invece liberamente interpretate, certamente. Come accade del resto a tutte le cose umane e come accade alle regole di tutte le democrazie conosciute, si capisce, perché la democrazia non è mai una costruzione perfetta e perfettamente coerente, ma è sempre meglio di qualsiasi alternativa, per la semplice ragione che è anche l’unica perfettibile.

Ecco, in tutti questi anni ho sempre guardato con curiosità a tutti quei movimenti e associazioni, dai no global ai girotondi, che contestavano partiti o governi perché, a loro giudizio, poco democratici, oligarchici, autoreferenziali. Peccato che a muovere queste accuse fossero sempre portavoce che non ho mai capito chi avesse eletti, e chi potesse mettere in discussione, e dove, in nome di un diritto al dissenso tanto raccomandato agli altri quanto ignorato in casa propria. Né ho mai capito chi, dove, come e quando avesse titolo a discuterle – e magari, pensa un po’, persino a votarle – le decisioni di quei benedetti movimenti, che in questi anni avranno organizzato milioni di assemblee aperte a tutti, per discutere di tutto lo scibile umano, meno una: quella per discutere i loro portavoce (altrimenti dette congressi). E i portavoce, infatti, sono rimasti sempre gli stessi, da che ne ho memoria, e sono andati avanti o sono scomparsi assieme ai movimenti di cui erano a capo. Almeno nella maggior parte dei casi (negli altri, si sono candidati in qualcuno dei partiti che contestavano e si sono sistemati lì, contenti e soddisfatti).




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19 luglio 2007

Nota politica sulle vicende di questi ultimi giorni

Penso che se qualcuno avesse fatto un sondaggio tra i fan di Joe Lansdale prima dell’uscita del suo libro su Batman (“La lunga strada della vendetta”), la stragrande maggioranza avrebbe scommesso sul capolavoro, sicura che sarebbe stato uno dei suoi libri più riusciti, capace di fare impallidire tutti gli altri, il migliore in assoluto. Ma penso pure che lo stesso sondaggio, ripetuto dopo l’uscita del libro, avrebbe dato risultati molto diversi. Da un lato è un libro di puro mestiere, che riprende stancamente tutti i temi e tutti i vezzi dei precedenti, a partire dal tema della mutazione e del rapporto ambivalente tra due personalità opposte che entrano in simbiosi, passando per la consueta mescolanza di fantascienza e mitologia, calci a giro e pistolettate. Insomma, un timballo di convenzioni e stilemi fatto con gli avanzi della Notte del Drive-In, da uno che da allora non sembra essersi mosso di un millimetro e che sembra proprio incapace di uscire dai suoi cliché (e dal suo cliché). Dall’altro lato, in questa stanchissima ripetizione, sembra essere venuto meno persino il mestiere, con una serie di trucchetti da due soldi e di “cattivi effetti speciali” che avrebbero fatto impazzire di rabbia, per primo, proprio l’antagonista della Notte del Drive-In. Il che, per Joe Lansdale, che considero uno dei più grandi scrittori viventi, mi ha stupito non poco.




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11 luglio 2007

Geographically correct

Giualiano Amato ha detto: “Nessun dio autorizza a picchiare le donne, ma c’è una tradizione siculo-pakistana che vorrebbe far credere il contrario”. Dopo le proteste di molti, a cominciare dalla deputata siciliana Stefania Prestigiacomo, il ministro degli Interni ha dovuto precisare che non si riferiva alla Sicilia di oggi. Con soddisfazione di tutti.

Che poi, d’accordo, Amato si è espresso male, però io ho il forte sospetto che l’infelice espressione sia nata da uno scrupolo linguistico sacrosanto. Uno scrupolo dovuto al desiderio di contrastare la vulgata che porta esempi di violenza all’interno delle famiglie islamiche – e più in generale l’atteggiamento di tanti islamici nei confronti delle donne – a sostegno della tesi di un’incompatibilità tra Islam e democrazia, da cui lo scontro di civiltà e la necessità di riaffermare l’identità cristiana e occidentale (eccetera eccetera). Il che significa dimenticare come vivevamo e cosa pensavamo di tutto questo nella cristianissima e cattolicissima Italia, fino a non molti anni fa, e in molti casi ancora adesso.




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10 luglio 2007

A ripensarci

Che poi, a ripensarci, le previsioni erano solo due: che i Ds non avrebbero fatto quello che secondo me dovevano fare(*), e che farlo avrebbe cambiato qualcosa.

* cioè accelerare sul Pd, che a gennaio scorso, sembra incredibile, ufficialmente era ancora fissato al 2009.




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10 luglio 2007

Qualcosa mi dice che in tutto questo si nasconde una lezione

Riporto qui sotto il folgorante incipit dell’intervista di Alessandra Menzani a Fabrizio Corona pubblicata oggi su Libero.

Quali sono i suoi modelli politici?
“Nessuno, non mi sono mai occupato di politica”.

E perché ora lo fa? In quale momento ha partorito l’idea?
“Questa settimana, ho capito che posso fare molto per gli altri. Metto la mia popolarità al servizio di chi soffre. Condivido i principi di Rifondazione Socialista, quindi ho deciso di dare la mia adesione a questo partito. Per il bene del popolo”.

In che ruolo?
“Quello di leader. Giuseppe Graziani è il segretario, io sarò un po’ il D’Alema della situazione”.




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10 luglio 2007

E se non vi pare una sconfitta questa

In questi giorni sto cercando di mettere un po’ d’ordine tra le mie cose e di farmi, se non proprio un archivio, almeno una soffitta in cui sistemare alla meglio articoli che mi dispiacerebbe perdere. Se non altro perché poi, nel corso del tempo, non potrei verificare le previsioni e soprattutto le posizioni che spesso mi è capitato di assumere. Cosa che ho fatto proprio ora rileggendo questo articolo, le cui previsioni si sono dimostrate col tempo tutte completamente sbagliate, nessuna esclusa. E le cui considerazioni sulla sinistra, nonostante questo, mi sembrano avere ancora qualche attinenza con la più stretta attualità, per dir così.




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9 luglio 2007

Limpido e lineare

“Sono candidato alla guida di un partito che fa parte di una maggioranza nella quale ci sono opinioni diverse delle quali non posso non tener conto. Potrei rispondere con giri di parole, con circonvoluzioni, ma voglio essere sincero”. Così, in modo sincero, limpido e lineare, Walter Veltroni ha spiegato perché sostiene il referendum, pur non firmando (o perché non firma, pur sostenendolo, fate voi).

Da diversi minuti, però, io non faccio che domandarmi come avrebbe potuto rispondere, se avesse voluto farlo con giri di parole, con circonvoluzioni e senza essere sincero. Firmando i quesiti e dichiarandosi fermamente contrario al referendum? Firmando i quesiti e dichiarandosi favorevole al referendum, per poi smentire le dichiarazioni e disconoscere la firma? Firmando i quesiti con il nome “Piero Fassino”?




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5 luglio 2007

La verità ci renderà Libero

La prima puntata è uscita domenica (pdf), la seconda oggi, la prossima mercoledì. Su Libero, Oscar Giannino ricostruisce nei dettagli l’intera vicenda Unipol, facendo parlare direttamente Giovanni Consorte. Niente a che vedere, ovviamente, con le paginate che alla vicenda ha dedicato per anni il Corriere della sera, seguito da tutti gli altri maggiori quotidiani. Una campagna di stampa basata sulla ripetizione ossessiva di una serie di ipotesi accusatorie (a cominciare dall’idea del “grande concerto” tra i protagonisti delle tre scalate Bnl, Antonveneta e Rcs) di cui ormai è evidente a tutti l’infondatezza, forse persino a quei magistrati che a suo tempo le avevano prontamente sposate.

La storia comincia però molti anni prima dell’estate 2005. E nel suo complesso è per me lo specchio fedele dell’Italia di oggi, e forse dell’Italia di sempre. Per questo, oggi, vale la pena rileggerla.

E poi, secondo me, tutte le reali difficoltà del governo e della maggioranza nascono da lì. Da quello che fu detto e da quello che fu lasciato dire allora, nell’estate del 2005, da come la campagna contro l’Unipol fu affrontata dai diversi dirigenti del centrosinistra. A ricostruire l’intera storia, dalla campagna di stampa del 2005 contro l’Unipol a quella del 2007 contro il governo Prodi, temo però che se ne ricaverebbe solo la conferma di un antico aforisma del cinema demenziale. E cioè che il cattivo vince sempre, perché il buono è stupido.




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2 luglio 2007

Il circolo del tennis

Volevo linkare qui uno splendido articolo di Massimo Mucchetti, uscito sul Corriere della sera di sabato, circa il famoso “modello Wimbledon” e tante altre fregnacce con cui il partito liberista transnazionale ci fa quotidianamente il lavaggio del cervello. Sfortunatamente, sul sito del Corriere, proprio non riesco a trovarlo. Il menu offerto dalla pagina degli editoriali è infatti il seguente: Mario Monti, Francesco Giavazzi, Dario Di Vico...

L’articolo di Mucchetti alla fine l’ho trovato qui (in pdf) e nel merito non credo ci sia nulla da aggiungere (se non che non possiamo non stare con Mucchetti, e con Goldrake, si capisce).

Ma il fatto che sul Corriere della sera si pubblichino articoli come questo – potrebbe osservare un mio ideale contraddittore – è la prova di quanto sia infondata una visione cospirazionista del sistema dell’informazione. L’idea cioè che dietro la finzione della libertà di stampa vi siano chi sa quali manovre di apparati nazionali e internazionali, gruppi finanziari e servizi segreti più o meno deviati.

Giustissima obiezione, cui davvero non saprei come replicare, se non facendo ammenda di tante parole di troppo che spesso mi scappano dalla penna. Tuttavia, se potessi dare un consiglio a un simile contraddittore, a beneficio della sua tesi, gli suggerirei di scegliere un altro esempio. Per ovvie ragioni (questo sul sito del Corriere l’ho trovato, che fortuna).




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