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francesco cundari


Diario


13 agosto 2003

MITI INFRANTI - Altra lettera al Riformista

Caro direttore, è capitato a tanti di noi, prima o poi, di credere nel sogno. Improvvisamente, abbiamo visto in quell’uomo venuto dall’Est, dai lineamenti duri e dagli occhi sottili, l’incarnazione del più antico dei desideri: la volontà di riscatto. Il sogno era elementare, il più elementare di tutti. Non a caso nasceva da quel sentimento – la sete di giustizia – che è proprio di ogni bambino e di ogni mentalità infantile. Ed anche per questo si nascondeva dietro teorie di inusitata complessità, schemi di una logica fredda e implacabile che avrebbero dovuto imporsi contro i potenti con l’ineluttabilità di una formula matematica. Il nostro leader era profeta e combattente, era l’uomo che disponeva della conoscenza teorica e della determinazione necessaria per realizzare finalmente il sogno: vedere i più deboli, per una volta, sconfiggere i più forti. Sconfiggerli in virtù di una superiore intelligenza, di una visione globale delle cose, di una lucida e perfetta razionalità. Qualcosa che avrebbe cambiato per sempre le regole del gioco, perché sapeva leggere nella storia e perché rappresentava il futuro.
Quell’uomo dell’Est era l’ultimo eroe senza macchia e senza paura della nostra infanzia. La prova vivente che il sogno poteva avverarsi. Altri lo avevano teorizzato prima di lui, ma nessuno con la sua efficacia. Molti avevano tentato di realizzarlo prima di lui, ma nessuno c’era riuscito. Per primo, egli aveva dimostrato invece che era possibile. Che davvero una nuova filosofia, con la sola forza della sua logica, poteva avere ragione sul campo di ogni rapporto di forza. Di fronte al sistema che si fondava sull’individuo, sull’esaltazione della libertà del singolo, sulla promozione del suo estro e delle sue capacità, ma che finiva sempre col premiare i ricchi e i potenti, si contrapponeva finalmente un’ideologia più esatta e più giusta. Una teoria scientifica, che si basava invece sul collettivo e che prometteva la vittoria ai più deboli, se solo avessero saputo unirsi e seguire i suoi precetti. Tutto cadeva sotto il controllo dei suoi rigidi schemi, tutto poteva essere previsto e indirizzato ad un fine superiore: le disparità individuali, le diverse condizioni economiche, persino il caso. E come potevamo noi resistere a quel sogno? Salvo, certo, risvegliarci ben presto in un incubo di miseria e di paura, temendo di aver perso per sempre la corsa inarrestabile del progresso e di scivolare sempre più indietro, retrocedendo all’infinito. Ma quello che venne dopo, per molti, non fu meglio.
Certo, la prima sensazione fu di estasi, di liberazione ed ebbrezza, ma ben presto fu ancor più folle corsa e ancor più insopportabile miseria. L’estro individuale serviva a poco, scoprimmo, se le condizioni di partenza, per alcuni, erano falsate. Ed oggi, di fronte allo spettro della crisi, oggi che tutte le aspettative sembrano di nuovo sciogliersi come una gigantesca bolla speculativa, in molti cominciano a rimpiangere quell’uomo venuto dall’Est. Il profeta di un antico sogno, forse troppo presto rinnegato insieme alle illusioni della nostra giovinezza, e il cui nome è Zdenek Zeman.




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