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ciccio
il nuovo che è avanzato

francesco cundari


Diario


30 agosto 2007

Innovazioni senza invenzioni

Questo blog ha traslocato qui: quadernino.wordpress.com




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28 agosto 2007

Ponte ponente Sarkozy

In questi giorni faccio scoperte sensazionali. Ieri sera, per dire, ero a cena da mio fratello, che mi ha spiegato da dove venga la conta “ponte ponente ponte pi”. Ebbene, l’assurda filastrocca sarebbe la versione quasi completamente desemantizzata dell’originale francese, dove una venditrice di mele presentava la sua mercanzia cantando: “Pomme de reinette et pomme d’Api/ d’Api d’Api rouge/ pomme de reinette et pomme d’Api, d’Api d’Api gris”. Già tra i bambini francesi, però, sulle rare mele d’Api rosse e grigie s’imponeva la lectio facilior “tapis rouge” e “tapis gris”. Quindi la filastrocca arrivava in Italia, e finiva come sappiamo, con tappe-rugia e tappe-rì (anche il movimento che si fa nella conta, che termina con il braccio dietro la schiena, si spiega con la versione originale, in cui a un certo punto spunta pure un infido ladro di mele).

Ora, a parte l’indubbio interesse della scoperta in sé, quello che vorrei sottolineare è il suo straordinario valore politico. Io stesso, per la verità, l’ho afferrato pienamente solo stamattina, leggendo sul Corriere l’intervista a Walter Veltroni. Intervista in cui il sindaco, per tenersi al passo con Sarkozy, dice che dalla destra prenderebbe volentieri un intellettuale come Franco Cardini (“un uomo di straordinaria levatura”) e tra le altre cose propone una specie di gogna pubblica per i pedofili. Leggetela anche voi, leggete quando Veltroni spiega – senza tema di sfidare l’impopolarità – che non gliene importa nulla della privacy dei pedofili (e dei presunti pedofili? E con le maestre d’asilo accusate di pedofilia che si dicono innocenti che si fa, lapidazione preventiva?). Leggetela e poi ditemi se a ogni risposta non sembra anche a voi di sentire la sua voce che conclude cantilenando: “Tappe-tappe-rì”.




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27 agosto 2007

Non si può sempre vincere

Qui, a proposito del modo in cui i diversi candidati alla guida del Pd s’inginocchiano alla vulgata sui “costi della politica” (cioè all’idea che la democrazia costa troppo, e che affidare la stesura delle leggi finanziarie a un editorialista del Corriere della sera, in perpetuo, sarebbe molto più conveniente) criticavo il modo in cui Veltroni era recentemente tornato sull’argomento. E scommettevo che pure Rosy Bindi, al dibattito di domenica con l’immancabile Gian Antonio Stella, non avrebbe fatto di meglio. Invece – almeno a quanto riporta il Corriere – lei se non altro ha detto che “i costi devono scendere, ma non si può pensare che la politica la possano fare solo quelli che hanno le disponibilità economiche”. E io sono felicissimo di avere perso la scommessa.




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27 agosto 2007

A pranzo con il genio

“E il bello è che anche quando entrano in negozio con un uomo, mentre lui se ne va in giro tra gli scaffali e tu cominci a fare numeri da circo, vedi che loro ti danno spago, eccome”.
“E questo, naturalmente, non fa sorgere in te nessun interrogativo”.
“Non so di cosa parli”.
“Di quando sei tu a entrare in un negozio con una donna”.
“Assolutamente no. Del resto, come dice il mister, noi dobbiamo pensare solo a portare i tre punti a casa, senza preoccuparci della media inglese”.




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24 agosto 2007

Un uomo solo al comando

Se non ho capito male, nella prefazione al suo nuovo libro (che poi sarebbe il suo discorso di Torino) anticipata oggi in prima pagina da Repubblica, Walter Veltroni dice che vuole un centrosinistra senza Rifondazione (“il Partito democratico nasce per superare l’idea che quel che conta è vincere le elezioni... mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il Paese”). Dice che ogni cambio di alleanze passerà dal voto (“le alleanze di governo si fanno e si disfano davanti agli elettori, prima del voto”). E dice che pertanto al voto bisogna andare, perché gli appelli a preservare l’unità della coalizione non sono che la celebrazione di un feticcio, e così si fa il male del paese (“è il programma comune... che fonda la coalizione, non viceversa: non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell’unità della coalizione. Sarebbe come considerare la parte più importante del tutto, il partito, o la coalizione, più importante del Paese”). Dunque al voto, e con Veltroni candidato premier, naturalmente (“a regime la leadership di partito dovrà coincidere con la premiership, o con la candidatura a premier”). Queste le parole di Veltroni – controllate anche voi, l’articolo è qui – che mi paiono piuttosto significative, sempre se non le ho capite male. Dal centrosinistra replica: Mauro Fabris (almeno fino a quest'ora – 20.45 – nessun altro).

P.S. Poi mi chiedo anche come Veltroni possa prima sostenere (sia pure non firmando) il referendum che costringerà tutte le forze politiche a presentare solo due partiti-coalizione, pena la sconfitta sicura, e adesso dire che “il Pd non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico. Piuttosto, dovrà accettare il rischio, o sperimentare l'opportunità, di correre da solo”. E’ un vero peccato che Fabris, che pure polemizza con lui proprio su questo punto, non glielo abbia fatto notare.

P.P.S. Mi era sfuggito il commento di Enrico Letta, che mi pare poco sensato (ma sicuramente ho capito male io). Eccolo: “Il Partito democratico deve presentarsi alle elezioni con il suo simbolo. Se per caso ci fosse il referendum e si arrivasse a votare con quel tipo di legge elettorale, questo obbligherebbe il Pd a presentarsi da solo con il proprio simbolo”.




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21 agosto 2007

Pensierino della sera

Io vorrei davvero diventare buono. Mi sforzo, dico sul serio, l’ho anche promesso alla mamma. E forse, se per lavoro non fossi tenuto a leggere i giornali ogni santa mattina, a quest’ora ci sarei anche riuscito. Sia chiaro, non ce l’ho con i giovani che si battono per il rinnovamento, contro la politica chiusa e autoreferenziale, che fanno la lista per il Pd assieme allo Spi Cgil – anche perché sicuramente ho capito male io, suvvia, ci sarà senz’altro un equivoco – perché alla fine, seriamente, non è mica colpa loro. E’ il paese, obiettivamente, che non ci aiuta. E siccome ho promesso alla mamma di diventare buono, io avrei pensato di risolverla così. Dunque, per prima cosa, da domani voglio lanciare una campagna in favore di Sandro Bondi, oppure di Marco Rizzo, fa lo stesso. Ma esigo che da ora in avanti chiunque parli di Sandro Bondi o di Marco Rizzo lo faccia con il dovuto rispetto per le loro libere convinzioni, la loro preparazione, la loro autorevolezza. Ecco, da ora in poi, vorrei che su tutti i giornali si scrivesse sempre: “L’autorevole Sandro Bondi”. Perché, insomma, questa storia che se Sandro Bondi dice che i magistrati sono comunisti ci mettiamo tutti a fare gli acuti commentatori che non la bevono, tutti a dargli del servo di Berlusconi e a fargli le pernacchie, e quando Marco Rizzo la spara grossa tutti a dire che Marco Rizzo la spara grossa, a me non sta bene. Intendiamoci, a me va benissimo che l’autorevole Economist per tre settimane di fila ci spieghi che è una gran fortuna per tutti se qualche banca europea fallisce per aver preso pacchi di titoli spazzatura americani – avendoli presi, ovviamente, in base a pure considerazioni di mercato, ché fossero stati emessi dalla Repubblica di San Marino li avrebbero acquistati tutti ugualmente, si capisce – perché quello resta l’autorevole Economist, e chi dice niente. E se poi sui nostri maggiori quotidiani tanti professori che dividono il loro prezioso tempo tra un editoriale sulle virtù del mercato e una consulenza per le banche d’affari americane vogliono autorevolmente spiegare a tutti noi che dobbiamo privatizzarci anche le mutande – e magari quotarci i calzini alla borsa di Londra – io non dico mica nulla. Per carità. Io me ne sto buono buono a guardare i cartoni animati, pieno di rispetto per i liberi convincimenti di ognuno, convintissimo che sui mercati le cose vadano come meglio non si potrebbe e guai a sognarci di metter di mezzo la politica. Insomma, figuriamoci, e chi dice niente. Però, su quegli stessi giornali, pretendo perlomeno l’illustre Marco Rizzo e l’autorevolissimo Sandro Bondi. Per decoro.




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19 agosto 2007

Sete di poltrone

Non so voi, ma se io dovessi dire un uomo che si è fatto da sé, un giovane che in questo paese forsennatamente ostile al merito e nemico delle nuove generazioni ha saputo farsi strada solo con le proprie forze, mostrando il cammino a tanti figli di operai e disoccupati, a tanti giovani immigrati senza altro sostegno che quello della propria intelligenza e delle proprie capacità, io senza esitazione direi: Filippo Andreatta. Per i pochi che non lo sapessero, questo professore di relazioni internazionali che insegna a Bologna dacché era in fasce, pubblica originalissimi saggi per il Mulino che era ancora nella culla, scrive illuminanti articoli per il Corriere della sera inviati direttamente dal passeggino e ispira la politica estera del presidente del Consiglio da quando questi non era nemmeno candidato, ebbene, costui non è soltanto una delle più promettenti leve della futura classe dirigente del nostro paese. Tale è infatti il suo disinteresse, la sincerità della sua adesione alle masse, che nonostante tutti i suoi impegni trova persino il tempo di tenere corsi di formazione politica alla libera università bolognese dell’Ulivo – Ulibo – rubando ore preziose al sonno e ai consigli di amministrazione di Finmeccanica, dove questo avionico ingegno, sin da ragazzo capace di fabbricare aeroplanini di carta come nessun altro nella sua classe, giustamente è stato nominato dal presidente del Consiglio. Bene dunque ha fatto, Filippo Andreatta, a “sferzare” la Margherita – come riporta oggi il Corriere – che sul “problema dei simboli del vecchio Pci” tace, atteggiamento tipico “di chi non vuole disturbare il manovratore” e magari si unifica (sic) per “sete di poltrone e di potere”. Benissimo ha fatto, Filippo Andreatta, a dirlo una volta per tutte. Era ora che qualcuno denunciasse la “sete di poltrone” dei partiti, che nemmeno questo mite agosto sembra placare. E se c’è una cosa che Filippo Andreatta non tollera, mentre vola da una poltrona all’altra con la velocità di un jet supersonico, elaborando audaci strategie di politica internazionale alle tre del pomeriggio, scrivendo illuminanti articoli sulla pace e sulla guerra alle quattro, aprendo nuovi mercati alla nostra industria e alle nostre tecnologie prima ancora del tè delle cinque – se c’è una cosa che proprio non sopporta, Filippo Andreatta – è che qualcuno cerchi di farlo fesso, dopo tutti gli sforzi che ha fatto per farsi da sé.




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10 agosto 2007

La finanza perbene

Sul Messaggero di oggi Lamberto Cardia dice che per la Consob “non ci sono santuari”, che la legge è uguale per tutti, che loro non guardano in faccia a nessuno e simili amenità. E va bene, direte voi, è agosto per tutti. Proprio oggi, però, sui giornali compaiono anche alcune interessanti notizie su Bnp-Paribas. Notizie che fanno ripensare ad alcune recenti comunicazioni al mercato del gruppo francese – e a tante altre cose – come nota in un mirabile corsivo, sull’Unità, Rinaldo Gianola. Ma non vorrei che a Cardia il dettaglio fosse sfuggito. Caso mai vi capitasse d’incrociarlo al semaforo, sulla sua batmobile lanciata a bomba contro l’ingiustizia, segnalateglielo. Hai visto mai.




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9 agosto 2007

Atlantide

Più ci penso e più mi convinco che stia arrivando il temporale. Fossi un dirigente dei Ds, conierei questo slogan: la “nuova fase politica” non s’interpreta, si abbatte. Mi riferisco a questo indigeribile impasto di veleni e melassa che è diventato il dibattito interno al Partito democratico. E non certo per colpa di Veltroni, che non dice, non fa e non pensa nulla di diverso da quello che ha sempre detto, fatto e pensato. Parlo dei suoi compagni di partito. Almeno la Margherita, nonostante tutto, si è divisa secondo una logica razionale, e politica. Rosy Bindi, Enrico Letta e Dario Franceschini, alla fine, stanno ognuno dov’è sempre stato. Il problema sono i Ds. E’ questo che rende fasullo tutto il dibattito. Ed è per questo, credo, che proprio non riesco ad appassionarmi alle sorti di questa “nuova fase”, che mi sembrano miserabili e regressive. Né alle sorti di nessuno dei suoi protagonisti. Tra chi negli ultimi tre anni (almeno) tutto ciò che ha fatto lo ha fatto al solo scopo di candidarsi, e poi non si è candidato; chi invece non si è candidato per colpa degli altri che non gli hanno dato il permesso, e poi aggiunge che vuole un “partito da combattimento”; e chi vive da sette anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole, e probabilmente sarà il primo a bagnarsi.




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7 agosto 2007

L’ozio e la serenità

Anche noi insignificanti rotelline sottoproletarie del sistema dell’informazione, abituate a girare a vuoto ogni giorno, figurarsi in agosto, abbiamo tuttavia noi persino, aridi ingranaggi, i nostri momenti lirici e contemplativi. Io oggi, per dire, ho contato il 72esimo editoriale di apertura, sul Corriere della sera, con “la casta” nel titolo (se sbaglio di qualche unità è perché forse me ne sono perso qualcuno), traendone una profonda verità filosofica e antropologica, direi quasi una risposta conclusiva a uno dei dilemmi su cui da maggior tempo m’interrogavo: ci fanno.




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2 agosto 2007

Intermezzo intimista sulla riforma delle pensioni

Oggi ho visto un manifesto di Rifondazione che diceva: “Giovani e pensioni - L’accordo è da cambiare”. Urca, mi sono detto, nientemeno. E poi ho pensato a tante altre cose, a partire dalla psicologia dell’ideatore del manifesto. Ovviamente non ho idea di chi sia, ma rappresenta per me una figura tipica, un mondo intero (nonostante le divergenze nel merito, lo stesso del ministro Damiano e di Piero Fassino, per capirci). Ora sono troppo stanco per riportare tutto il corso dei miei pensieri ma alla fine, per farla breve, credo di aver capito solo in quel momento cosa intendeva un mio amico quando mi disse: “Quanto più una persona è intelligente, tanto più, se non vuole diventare un guitto o una macchietta, dovrebbe essere misurata nei giudizi che esprime, perché in fondo anche l’eccesso di sarcasmo alla fine che mi rappresenta? Alla fine, per me, anche quello è un modo di non saper stare al mondo”. E così, pieno di tenerezza e di comprensione per chi magari dietro a quel manifesto aveva fatto le ore piccole, come io stesso tante volte in passato, pensando e ripensando lo slogan o la grafica o anche solo per attaccarlo lì dove io lo avevo trovato, me ne sono andato a casa. E così farò ora.




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27 luglio 2007

Che dirsi

Stare con le mani in mano pareva brutto. E quindi.




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26 luglio 2007

Un programma ambizioso

Oggi ho visto un manifesto di Azione Giovani, che sarebbero i giovani di An, con lo slogan “Basta cazzate” a lanciare una “rivolta generazionale”. La cosa mi ha fatto riflettere. Non è solo la sinistra a scimmiottare la destra, ma pure il contrario. Lo so che accade da sempre, ma proprio nei giorni in cui tanto si discute di Nicolas Sarkozy, con Gianfranco Fini che rivendica e tanti sindaci di sinistra che scimmiottano (soprattutto al Nord), che proprio ora i giovani di An esortino alla rivolta generazionale scimmiottando un certo sessantottismo di maniera, come dire, son cose che danno da pensare. Adesso magari qualcuno ripeterà che destra e sinistra sono concetti che non hanno più senso – che è il concetto più vecchio e insensato del mondo – ma è ovvio che non si tratta di questo. Io ho il sospetto che sia un po’ come per la letteratura e l’arte in generale. Voglio dire: quando si fa l’elenco interminabile dei grandi scrittori e artisti del passato, quelli grandi davvero, paragonandoli alla miseria presente, secondo me non è solo misoneismo eccetera eccetera. C’è indiscutibilmente del vero, in quelle lagne. Ma è anche vero che nel campo tecnico-scientifico vale il discorso contrario. In breve, mi pare una questione di mercato: oggi le menti migliori tendono naturalmente, per ragioni economiche e di considerazione sociale, verso professioni tipo il medico o lo scienziato, per dire, così come un tempo aspiravano naturalmente al ruolo di intellettuale umanista, o a quello del politico, appunto.

Come mai l’università italiana registri un fenomeno in parte diverso (dico “in parte” perché non mi fido molto delle statistiche riportate dai giornali, e soprattutto delle lagne allegate nei commenti), senza tuttavia produrre nessun Dante Alighieri, è un altro discorso.




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25 luglio 2007

Un’ultima domanda e poi basta

Però una cosa va detta, a onore di Pierluigi Battista, e va detta con nettezza. Quando scrive: “Appare dunque ingeneroso imputare a Piero Fassino, Massimo D’Alema e Nicola Latorre un ‘eccesso’ di autodifesa” – ragazzi – bisogna proprio dirlo: questo sì che si chiama coraggio. Non era mica facile. Sul Corriere della sera, poi. E in prima pagina. Non c’è niente da fare, quando un autentico liberale come Battista mostra il petto a difesa dello Stato di diritto, prima che delle singole persone, non ce n’è per nessuno. Mi chiedo solo: ma mentre lo scriveva, sghignazzava soltanto o si buttava proprio per terra dal ridere?




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25 luglio 2007

Cinquant’anni di solitudine

Ci ho ripensato. Lo ammetto: sono stato impulsivo. E’ evidente che non si tratta di soldi, che il problema è più profondo, che non si può risolvere con una semplice colletta. E’ chiaro che quando uno arriva a scrivere: “Si stenta perciò a comprendere la costernazione di chi, nemmeno raggiunto da un avviso di garanzia, vede nondimeno associato sui media il proprio nome a un’intricata vicenda giudiziaria”, si capisce che quando uno arriva a questo punto, che stenta, uno come Pierluigi Battista, non è che te la puoi cavare con una colletta. E nemmeno con gli attestati di solidarietà. Si capisce che se persino lui stenta a comprendere questi politici che si costernano perché sui media li associano – perché è vero, in effetti, che questi media associano parecchio, questo proprio non si può negare – ebbene, che vuoi fare? A questo punto, più che a una colletta, sarebbe ora di pensare a un collare.




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25 luglio 2007

La cognizione del denaro

Io penso seriamente che bisognerebbe organizzare una colletta per Pierluigi Battista. Voglio dire, prendete l’attacco del suo pezzo di oggi: “A costo di sorvolare sui principi basilari dello Stato di diritto...”. Un attacco che trasuda sofferenza interiore, autentico struggimento liberale, roba che la leggi e dici: porca miseria, ma è giusto che un simile costo debba gravare tutto sulle sue modeste finanze? No che non è giusto. Lo capiscono tutti che non è giusto. Chiunque lo legga non può non pensare: ecco, questa è proprio un’ingiustizia bella e buona. Cosa c’entra il povero Battista? Accidenti, non è mica Paolo Mieli.




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25 luglio 2007

Battista

Scrive Pierluigi Battista, giuro, che i dirigenti diessini “hanno il pieno diritto di difendersi davanti all’opinione pubblica”. Un po’ come quel mio compagno di classe che alle elementari diceva sempre: “Ti aspetto fuori”. E quando la vittima designata cominciava a scendere le scale in compagnia di un amico più grosso, correggeva leggermente il tiro: “Domani ti aspetto fuori”. Devo dire però che quel mio compagno, sebbene non avesse certo il cuore impavido di un Battista, almeno era più onesto. Non è che diceva: “All’uscita è giusto che tu abbia il diritto di difenderti”. Ti menava e basta.




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24 luglio 2007

Dice Romiti al Riformista

Dice al Riformista Cesare Romiti che, per la vicenda Unipol-Bnl, “Massimo D’Alema e Piero Fassino, ma anche molti altri dirigenti dei Ds, compreso, eccome, il candidato leader del Partito democratico Walter Veltroni, dovrebbero essere giudicati e condannati”. Ma per motivi esattamente opposti a quelli addotti dalla dottoressa Clementina Forleo. E ben più gravi. Secondo Romiti, infatti, il gruppo dirigente della Quercia è colpevole “di aver contribuito in modo determinante, soprattutto a causa dei suoi litigi interni, al fallimento di una scalata assolutamente legittima sotto ogni profilo, pienamente rispondente agli interessi nazionali, del tutto in linea con la storia e i valori della sinistra. Di questo fallimento è il Paese a pagare le conseguenze”.

Sul Riformista di oggi. Applausi.




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24 luglio 2007

Quello che D'Avanzo non dice

Dice Giuseppe D’Avanzo che occorre fare chiarezza sull’intrigo, sulla commistione tra politica e affari al tempo delle scalate, sulla partecipazione dei vertici diessini al grande “disegno criminoso” di cui parla Clementina Forleo.

E allora cerchiamo di essere chiari. Secondo me, il primo problema è proprio quello del “disegno criminoso”: finché i magistrati perseguiranno i “disegni”, invece dei “fatti” criminosi, anche un bambino capisce che l’arbitrarietà dei giudizi raggiunge l’apice. Tra chiacchiere al telefono, disegni e concerti si possono pure accusare i boy scout di associazione a delinquere e concorso in banda armata.

Restiamo ai fatti, dunque. E i fatti dicono che le tre scalate (Antonveneta, Bnl e Rcs) non avevano nulla a che vedere l’una con l’altra, dunque non c’era proprio alcun “disegno”. Come hanno sempre saputo tutti e come dimostrano proprio le intercettazioni e gli interrogatori pubblicati finora, perché:

1.    Stefano Ricucci non intendeva affatto scalare la Rcs, tanto che aveva avviato trattative proprio con il patto di sindacato della Rizzoli-Corriere della sera, con l’obiettivo di farsi cooptare. E già questo semplice dettaglio dovrebbe bastare a spazzare via tutte le storie sul grande concerto e il grande intrigo tra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi per il controllo del Corriere. O no?
2.    L’opa di Gianpiero Fiorani ad Antonveneta e quella di Giovanni Consorte a Bnl non coincidono temporalmente. Inoltre, si dà il caso che sia proprio Consorte a opporsi, con successo, alla partecipazione di Hopa alla scalata di Fiorani. Dunque, non solo non c’era alcun concerto tra i due, ma si può dire che Consorte, con il suo comportamento, la scalata di Fiorani l’ha oggettivamente e pesantemente ostacolata. O no?
3.    A ulteriore conferma di quanto sopra, si rileggano le intercettazioni ripubblicate in questi giorni: mentre illustra la sua scalata a Bnl, l’allora presidente di Unipol si vanta di averne messo fuori “tutti gli immobiliaristi”. Proprio così. E allora, domando: dove sta il concerto, il grande intrigo, il disegno criminoso?
4.    Dalle telefonate di Consorte (e dalle cronache del 2005) emerge come Antonio Fazio, che avrebbe dovuto essere il grande regista del grande intrigo, sia proprio colui che nega fino all’ultimo e senza ragione apparente l’autorizzazione a Unipol per poter procedere con l’opa a Bnl. E allora, ridomando: dove sta il concerto, il grande intrigo, il disegno criminoso?




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23 luglio 2007

Occhiello: “Mamma guardami, ci sono anch’io”

Sul sito del Corriere della sera leggo il seguente titolo: “Il caso Incantesimo sul New York Times”. La notizia è che il New York Times si occupa di una notizia che i giornali italiani hanno riportato alcuni giorni fa. E che i giornalisti del New York Times, ovviamente, hanno letto sui giornali italiani (probabilmente proprio sul Corriere). Ebbene, domani la rileggeranno anche loro (ma ormai devono esserci abituati) su quegli stessi giornali italiani, che parleranno del fatto che ne parla il New York Times.

Fossi un giornalista del New York Times, proporrei un pezzo proprio su questo, che mi sembra un fenomeno tipicamente italiano (molto più della stupida storia della “telenovela bipartisan”) e che avrebbe un altro indiscutibile vantaggio: che il giorno dopo uscirebbe un altro articolo sul Corriere, dal titolo: “Il New York Times parla del Corriere che parla del New York Times che parla del Corriere”.




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20 luglio 2007

Primum ridere

Mi domando per quale motivo, secondo Clementina Forleo, ai dirigenti ds colpevoli di chiacchierata fraudolenta con Giovanni Consorte non si possa riconoscere almeno uguale diritto alla resistenza contro l’occupante straniero rispetto a chi recluta kamikaze da lanciare contro militari americani.

Anche questo, ripensando a quel che scrivevo qui sotto, in effetti potrebbe essere argomento di un saggio molto istruttivo. Avrei pure un titolo niente male: “Campagna irachena e campagne senesi”.




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20 luglio 2007

Un gentiluomo di campagna

Intervista di Alberto Statera a Rijkman Groenink, presidente di Abn Amro, su Repubblica di oggi. Ci si potrebbe scrivere sopra un saggio. Anzi, due: uno sulle domande del giornalista e un altro sulle risposte del banchiere. Ma per la verità, a pensarci bene, ci ho già scritto sopra più di un articolo. In particolare, questo (e questo, che ne è un po’ il seguito).

Da Repubblica, pagina 37:

“Do you know the Billionaire, mister Groenink?”. E lui, disposto al gioco: “No, purtroppo I don’t know, ma se si riferisce a quel luogo in Sardegna di cui si racconta qualche eccesso mondano, le devo confessare che preferisco di gran lunga la quiete della mia campagna senese”.

(...)

Rijkman tradotto in italiano significa “uomo ricco”: lei è molto ricco?
“Sì, ricco moralmente”.




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19 luglio 2007

Chi contesta i contestatori

Confesso di essermi molto appassionato a questo dibattito tra Luca Sofri e alcuni sostenitori del gruppo dei Mille (vedere i commenti anche al primo post di Sofri). Mi correggo: “iMille”, come iPod e iTunes (e che pertanto, occhio, probabilmente si pronuncia aiMille, come dice borgognoni). E’ un dibattito che mi appassiona perché mi fa tornare alla mente tanti ricordi.
 
Il punto è questo: per ragioni strettamente anagrafiche, mi sono iscritto a un partito in pieni anni Novanta. Dico che mi sono iscritto a un partito, prima che al Partito democratico della sinistra cui effettivamente m’iscrissi, perché in quel momento la scelta di fondo era quella: contro le fregnacce “di sinistra” (tra virgolette) sui movimenti e contro le fregnacce di destra (senza virgolette) sulla società civile. Da allora le mie idee sono cambiate su molte cose, probabilmente molto più di quanto sarei mai disposto ad ammettere, ma non su quella scelta di fondo.

Può darsi che in futuro decida di non iscrivermi più ad alcun partito. Ma se questo dovesse avvenire, sarebbe solo per estraneità all’offerta concretamente disponibile (o magari per il semplice venir meno di ogni interesse per la politica tout court), mai per adesione alle cantilene sulla casta, gli apparati, i burocrati.

Per me, l’unica differenza tra partiti e movimenti o associazioni della cosiddetta società civile sta nel fatto che nei primi, a differenza di quanto accade nei secondi, ci sono delle regole democratiche (che richiedono strumenti di controllo, contrappesi, organizzazione; in due parole: apparati e burocrati, sissignore). Le regole poi possono essere più o meno avanzate, più o meno scrupolosamente rispettate o invece liberamente interpretate, certamente. Come accade del resto a tutte le cose umane e come accade alle regole di tutte le democrazie conosciute, si capisce, perché la democrazia non è mai una costruzione perfetta e perfettamente coerente, ma è sempre meglio di qualsiasi alternativa, per la semplice ragione che è anche l’unica perfettibile.

Ecco, in tutti questi anni ho sempre guardato con curiosità a tutti quei movimenti e associazioni, dai no global ai girotondi, che contestavano partiti o governi perché, a loro giudizio, poco democratici, oligarchici, autoreferenziali. Peccato che a muovere queste accuse fossero sempre portavoce che non ho mai capito chi avesse eletti, e chi potesse mettere in discussione, e dove, in nome di un diritto al dissenso tanto raccomandato agli altri quanto ignorato in casa propria. Né ho mai capito chi, dove, come e quando avesse titolo a discuterle – e magari, pensa un po’, persino a votarle – le decisioni di quei benedetti movimenti, che in questi anni avranno organizzato milioni di assemblee aperte a tutti, per discutere di tutto lo scibile umano, meno una: quella per discutere i loro portavoce (altrimenti dette congressi). E i portavoce, infatti, sono rimasti sempre gli stessi, da che ne ho memoria, e sono andati avanti o sono scomparsi assieme ai movimenti di cui erano a capo. Almeno nella maggior parte dei casi (negli altri, si sono candidati in qualcuno dei partiti che contestavano e si sono sistemati lì, contenti e soddisfatti).




permalink | inviato da ciccio il 19/7/2007 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


19 luglio 2007

Nota politica sulle vicende di questi ultimi giorni

Penso che se qualcuno avesse fatto un sondaggio tra i fan di Joe Lansdale prima dell’uscita del suo libro su Batman (“La lunga strada della vendetta”), la stragrande maggioranza avrebbe scommesso sul capolavoro, sicura che sarebbe stato uno dei suoi libri più riusciti, capace di fare impallidire tutti gli altri, il migliore in assoluto. Ma penso pure che lo stesso sondaggio, ripetuto dopo l’uscita del libro, avrebbe dato risultati molto diversi. Da un lato è un libro di puro mestiere, che riprende stancamente tutti i temi e tutti i vezzi dei precedenti, a partire dal tema della mutazione e del rapporto ambivalente tra due personalità opposte che entrano in simbiosi, passando per la consueta mescolanza di fantascienza e mitologia, calci a giro e pistolettate. Insomma, un timballo di convenzioni e stilemi fatto con gli avanzi della Notte del Drive-In, da uno che da allora non sembra essersi mosso di un millimetro e che sembra proprio incapace di uscire dai suoi cliché (e dal suo cliché). Dall’altro lato, in questa stanchissima ripetizione, sembra essere venuto meno persino il mestiere, con una serie di trucchetti da due soldi e di “cattivi effetti speciali” che avrebbero fatto impazzire di rabbia, per primo, proprio l’antagonista della Notte del Drive-In. Il che, per Joe Lansdale, che considero uno dei più grandi scrittori viventi, mi ha stupito non poco.




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11 luglio 2007

Geographically correct

Giualiano Amato ha detto: “Nessun dio autorizza a picchiare le donne, ma c’è una tradizione siculo-pakistana che vorrebbe far credere il contrario”. Dopo le proteste di molti, a cominciare dalla deputata siciliana Stefania Prestigiacomo, il ministro degli Interni ha dovuto precisare che non si riferiva alla Sicilia di oggi. Con soddisfazione di tutti.

Che poi, d’accordo, Amato si è espresso male, però io ho il forte sospetto che l’infelice espressione sia nata da uno scrupolo linguistico sacrosanto. Uno scrupolo dovuto al desiderio di contrastare la vulgata che porta esempi di violenza all’interno delle famiglie islamiche – e più in generale l’atteggiamento di tanti islamici nei confronti delle donne – a sostegno della tesi di un’incompatibilità tra Islam e democrazia, da cui lo scontro di civiltà e la necessità di riaffermare l’identità cristiana e occidentale (eccetera eccetera). Il che significa dimenticare come vivevamo e cosa pensavamo di tutto questo nella cristianissima e cattolicissima Italia, fino a non molti anni fa, e in molti casi ancora adesso.




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10 luglio 2007

A ripensarci

Che poi, a ripensarci, le previsioni erano solo due: che i Ds non avrebbero fatto quello che secondo me dovevano fare(*), e che farlo avrebbe cambiato qualcosa.

* cioè accelerare sul Pd, che a gennaio scorso, sembra incredibile, ufficialmente era ancora fissato al 2009.




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10 luglio 2007

Qualcosa mi dice che in tutto questo si nasconde una lezione

Riporto qui sotto il folgorante incipit dell’intervista di Alessandra Menzani a Fabrizio Corona pubblicata oggi su Libero.

Quali sono i suoi modelli politici?
“Nessuno, non mi sono mai occupato di politica”.

E perché ora lo fa? In quale momento ha partorito l’idea?
“Questa settimana, ho capito che posso fare molto per gli altri. Metto la mia popolarità al servizio di chi soffre. Condivido i principi di Rifondazione Socialista, quindi ho deciso di dare la mia adesione a questo partito. Per il bene del popolo”.

In che ruolo?
“Quello di leader. Giuseppe Graziani è il segretario, io sarò un po’ il D’Alema della situazione”.




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10 luglio 2007

E se non vi pare una sconfitta questa

In questi giorni sto cercando di mettere un po’ d’ordine tra le mie cose e di farmi, se non proprio un archivio, almeno una soffitta in cui sistemare alla meglio articoli che mi dispiacerebbe perdere. Se non altro perché poi, nel corso del tempo, non potrei verificare le previsioni e soprattutto le posizioni che spesso mi è capitato di assumere. Cosa che ho fatto proprio ora rileggendo questo articolo, le cui previsioni si sono dimostrate col tempo tutte completamente sbagliate, nessuna esclusa. E le cui considerazioni sulla sinistra, nonostante questo, mi sembrano avere ancora qualche attinenza con la più stretta attualità, per dir così.




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9 luglio 2007

Limpido e lineare

“Sono candidato alla guida di un partito che fa parte di una maggioranza nella quale ci sono opinioni diverse delle quali non posso non tener conto. Potrei rispondere con giri di parole, con circonvoluzioni, ma voglio essere sincero”. Così, in modo sincero, limpido e lineare, Walter Veltroni ha spiegato perché sostiene il referendum, pur non firmando (o perché non firma, pur sostenendolo, fate voi).

Da diversi minuti, però, io non faccio che domandarmi come avrebbe potuto rispondere, se avesse voluto farlo con giri di parole, con circonvoluzioni e senza essere sincero. Firmando i quesiti e dichiarandosi fermamente contrario al referendum? Firmando i quesiti e dichiarandosi favorevole al referendum, per poi smentire le dichiarazioni e disconoscere la firma? Firmando i quesiti con il nome “Piero Fassino”?




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5 luglio 2007

La verità ci renderà Libero

La prima puntata è uscita domenica (pdf), la seconda oggi, la prossima mercoledì. Su Libero, Oscar Giannino ricostruisce nei dettagli l’intera vicenda Unipol, facendo parlare direttamente Giovanni Consorte. Niente a che vedere, ovviamente, con le paginate che alla vicenda ha dedicato per anni il Corriere della sera, seguito da tutti gli altri maggiori quotidiani. Una campagna di stampa basata sulla ripetizione ossessiva di una serie di ipotesi accusatorie (a cominciare dall’idea del “grande concerto” tra i protagonisti delle tre scalate Bnl, Antonveneta e Rcs) di cui ormai è evidente a tutti l’infondatezza, forse persino a quei magistrati che a suo tempo le avevano prontamente sposate.

La storia comincia però molti anni prima dell’estate 2005. E nel suo complesso è per me lo specchio fedele dell’Italia di oggi, e forse dell’Italia di sempre. Per questo, oggi, vale la pena rileggerla.

E poi, secondo me, tutte le reali difficoltà del governo e della maggioranza nascono da lì. Da quello che fu detto e da quello che fu lasciato dire allora, nell’estate del 2005, da come la campagna contro l’Unipol fu affrontata dai diversi dirigenti del centrosinistra. A ricostruire l’intera storia, dalla campagna di stampa del 2005 contro l’Unipol a quella del 2007 contro il governo Prodi, temo però che se ne ricaverebbe solo la conferma di un antico aforisma del cinema demenziale. E cioè che il cattivo vince sempre, perché il buono è stupido.




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